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Moda e mania, passione e rompicapo: ecco perchè i puzzle sono andati a ruba

in lockdown

Il gioco best seller sia nei negozi (aperti) sia online, da acquistare o scaricare: un successo tra diverse generazioni in cerca di un hobby scacciapensieri

di Giulia Crivelli

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Il gioco best seller sia nei negozi (aperti) sia online, da acquistare o scaricare: un successo tra diverse generazioni in cerca di un hobby scacciapensieri

5′ di lettura

Cartolerie, colorifici e – da quando sono aperti, cioè da circa due settimane, a seconda delle regioni – boutique di abbigliamento per bambini e librerie. Tra i best seller in tutti questi negozi ci sono i puzzle. Ma il boom vero e proprio c’è stato online: primo, perché in molti Paesi anche i primi due tipi di esercizi commerciali che abbiamo citato, cartolerie e colorifici, sono stati chiusi insieme a tutti gli altri. Secondo, perché in tantissimi hanno preso alla lettera l’indicazione di non uscire di casa se non per esigenze mediche o fare la spesa. Last but not least, perché l’offerta su internet era, soprattutto all’inizio, infinitamente più ampia che in qualsiasi spazio fisico. Poi i puzzle hanno iniziato a scarseggiare: la domanda per questo passatempo dal sapore antico ha superato di gran lunga l’offerta. Ma i produttori, molti dei quali alle prese, come tutti, con cali di vendite generalizzate, hanno reagito rapidamente, rimpinguando magazzini e scorte dei siti specializzati in giochi.

Passatempo intergenerazionale

Gli over 30 hanno sicuramente familiarità con i puzzle: o li hanno usati o li hanno visti in famiglia. Lo stesso vale per i bambini di età prescolare, perché negli asili i puzzle con pochi pezzi (ma molto grandi) sono tra i giochi più diffusi e considerati più utili allo sviluppo cognitivo, oltre che allo svago. Le generazioni di mezzo quasi certamente con i puzzle hanno giocato, ma in una delle loro varianti elettroniche. I videogame a base di puzzle non sono però tra i best seller del settore. E poi: vuoi mettere il piacere di risolvere il rompicapo dal vero, toccando i pezzi e sviluppando la propria tecnica per portare a termine l’operazione? Non solo: a differenza di qualsiasi opera d’arte o d’artigianato (in fondo questo è il puzzle, specie quando ha mille o più pezzi) realizzata in modo digitale, quella fatta in “carta e ossa” può essere conservata, persino incorniciata. Perché molti dei puzzle più grandi riproducono immagini di quadri o luoghi naturali famosi. O ancora, ci restituiscono rappresentazioni più o meno realistiche di panorami fortemente evocativi, specie in questo periodo di lockdown, come le mappe del mondo o del cielo.

Per chi volesse fare un po’ di allenamento online, prima di cimentarsi con l’esperienza fisica, esistono comunque molti siti che offrono puzzle da scaricare gratuitamente, come www.jigsawplanet.com. In tempi normali un puzzle può richiedere settimane per essere completato. Ma con il lockdown, se ci si appassiona o si riscopre una passione sopita, può essere finito magari anche solo in un giorno. Da qui il boom di domanda: non è nello spirito di chi fa i puzzle scomporlo dopo averlo finito per ricominciare. Devono passare mesi o anni (o può non accadere proprio, se si decide di farne un quadro e appenderlo). Meglio affrontare un’altra sfida, più impegnativa. Abbiamo finito un Monet da 800 pezzi? Passiamo a un Escher da mille, ancora più difficile perché i colori aiutano a distinguere i pezzi, mentre le opere del grande artista olandese sono quasi tutte nello spettro dei grigi, impercettibilmente diversi se non a puzzle completato. Finito anche l’Escher si può passare a un 2mila pezzi, tondo per di più (i rettangolari sono leggermente più facili), che rappresenti uno dei due emisferi terresti. E poi un 3mila che immortali una parte del cielo sopra di noi.

L’origine del nome

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